Libero Comune di Caltanissetta PDF Stampa E-mail
Storia - 1087 d.c. - 1300 d.c.

Nella primavera del 1282 scoppiò a Palermo una rivolta contro gli Angioini (Guerra del Vespro) che si allargò velocemente in tutta la Sicilia. A Caltanissetta il castello di Pietrarossa, in mano ai francesi, venne saccheggiato dai cittadini che cacciarono tutti i rappresentanti del sovrano angioino. Per diversi giorni in tutte le case del borgo fu fatta festa con formaggio, vino, miglio e carne salata che costituivano le "provviste" custodite nel castello. Le alabarde e le altre armi lasciate dai soldati erano state fuse per farne attrezzi agricoli, mentre le mandrie furono disperse nelle colline. Tutte le ricchezze contenute nel castello furono depredate e mai più recuperate.

L'assemblea dei cittadini, in questo clima di "liberazione" dalla tirannia francese, costituì il "Libero Comune di Caltanissetta" nominando tre notabili della città capi della neonata communitas: Francesco Comparato, Tommaso di La Mendula e il notaio Enrico di Chimino.

Anche se per pochi mesi, fra marzo e settembre del 1282, si instaurò nella città una forma di autogoverno simile ai sistemi dei comuni dell'Italia centro-settentrionale. La città era finalmente libera dal feudalesimo, dagli Angioini e da ogni forma di oppressione. I contadini delle terre dell'abbazia di Santo Spirito, si rifiutavano in questo modo di pagare i diritti e i proventi feudali dovuti all'abate.

A Settembre dello stesso anno però, per l'incapacità dei Siciliani di sostenere una guerra contro le truppe francesi, fu chiesto l'aiuto agli Aragonesi. Così, Pietro III re d'Aragona che aveva preso in sposa Costanza, figlia di Manfredi e nipote di Federico di Svevia e unica erede del re, essendo l'unico che poteva avanzare legittime richieste di successione si impose nella scena siciliana come nuovo restauratore del regno. Venne proclamato il 7 settembre 1282 nuovo re di Sicilia, primo sovrano della lunga dominazione iberica nell'isola. Il nuovo monarca costrinse i comuni "autogovernati" a rimettersi al volere del re. Il castello, divenuto nuovamente proprietà del regno, fu restituito al sovrano, ma di tutti i beni saccheggiati non vi era più traccia. Finisce così la breve parentesi autogovernativa di Caltanissetta.

Fonte: "Storia di Caltanissetta", Rosanna Zaffuto Rovello

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