I "Mille" a Caltanissetta PDF Stampa E-mail
Storia - 1735 d.c. - 1860 d.c.

i mille a caltanissetta

Centocinquant’anni fa la Caltanissetta «rivoluzionaria», sulla scia della spedizione garibaldina in Sicilia, segna nei propri annali un momento storico: il voto cittadino per l’unità nazionale e per l’annessione della Sicilia al Regno d’Italia sotto Vittorio Emanuele II. Finita l’era borbonica, sotto la quale la città era pur stata elevata al rango di capo provincia, inizia dunque per i nisseni una nuova pagina di storia, anche se la dittatura di Garibaldi fin da subito impone i primi pesanti provvedimenti. Uno di questi, decretato il 17 giugno 1860, è lo scioglimento delle corporazioni dei Gesuiti e dei Redentoristi e la loro espulsione. I Gesuiti presenti nel nostro Collegio sono pertanto costretti a lasciare la città, travestiti per sfuggire alla caccia dei rivoluzionari, ripetendo così l’analogo copione del 1848.

Sul clima che si respira in città proprio nell’ambiente gesuita al momento della rivoluzione garibaldina, c’è una significativa testimonianza dello storiografo della Chiesa locale Francesco Pulci, all’epoca appena dodicenne. Ecco quel che ricorda nella sua autobiografia: «Venne il 1860. Le notizie più penose si facevano sentire riguardanti la rivoluzione. I padri gesuiti nella Congregazione dei giovanetti studenti ci facevano ripetere una preghiera speciale indulgenziata ogni giorno, la quale incominciava: "Eccoci o Madre di Dio, eccoci ai piedi vostri". Si diceva che quella preghiera era stata composta e mandata dal papa in occasione della guerra d’Indipendenza, combattuta nei campi lombardi, guerra di cui sentivo parlare allora, ma non capivo lo scopo. Ora poi ch’era venuto il ’60 si diceva che il pericolo minacciasse le nostre contrade: ecco la ragione della preghiera».
Frattanto la città contribuisce alla causa garibaldina con donazioni e offerte varie, coordinate dal Comitato della città presieduto dal barone Francesco Morillo di Trabonella, che lo stesso Garibaldi ha nominato Governatore del distretto di Caltanissetta (in pratica, l’antesignano del prefetto). Viene così predisposta - per come riporta il «Giornale Officiale di Sicilia» del 13 giugno - «una prima offerta di cento salme di ottimo frumento, di 15.000 cartucce e di una quantità di bende e di filacce. (…). Inoltre progredisce attivamente la reclutazione di volontari ed una colletta di danaro. Il suddetto Governatore ha poi di suo particolare peculio fatto dono della somma di onze 50». Anche gli zolfatari della miniera del barone raccolgono 60 onze da inviare «in dono alla nazione», e tra le tante altre offerte vi è pure quella di 13 cavalli, 4 muli e 1.025 canne di tela.
Si procede, inoltre, alla ricostituzione della Guardia nazionale che viene operata tramite un’apposita commissione composta da Antonino Caglià Guettard, Giuseppe Ajala, Vincenzo Curcuruto, Luigi Calafati e Nicolò Dell’Aira, quest’ultimo con il compito dell’istruzione dei militi.
Il 17 giugno il Consiglio civico, presieduto da Vincenzo Minichelli, delibera la volontà di annessione al Regno d’Italia, e contestualmente di intitolare a Garibaldi la piazza principale della città.
Ma alla gente, che vuole essere direttamente protagonista in tale momento storico, non basta il deliberato consiliare e il 29 giugno la folla irrompe nella sede del Consiglio (che all’epoca era nell’edificio oggi occupato dalla Camera di Commercio) reclamando di ripetere il voto di annessione con un plebiscito popolare. Il Consiglio deve pertanto ribadire il suo deliberato, da integrare con le firme della cittadinanza, e così quello stesso giorno «a voti unanimi e con piena espansione di animo, interprete fedele del volere di questa popolazione, delibera volersi annettere al Regno costituzionale sotto lo scettro del magnanimo Vittorio Emmanuele Secondo Re d’Italia».
Dopodiché ecco lo stesso Consiglio portarsi in piazza e, tramite il segretario cancelliere Calogero Pugliese, dare lettura alla folla dell’atto appena deliberato, accolto nel generale entusiasmo. E dato che la gente chiede, appunto, di sottoscrivere quell’importantissimo documento, ecco la piazza divenire quella sera, e fino a notte inoltrata, alla luce delle luminarie, un grande "tavolo" dove centinaia e centinaia di cittadini si accalcano per esprimere la propria personale adesione all’annessione (esiste l’elenco completo dei firmatari).
A raccogliere le firme è il notaio Giuseppe Maria Castrogiovanni, presidente della Camera notarile di Caltanissetta, assistito da due testimoni che sono il fabbro Michele Gulino e l’impiegato civile Vincenzo Saporito. Per la cronaca, il lunghissimo elenco si apre con il canonico Salvatore Speciale e si chiude con Alfonso Lachiusa: in mezzo a tale massa di cittadini vi sono numerosi magistrati, nobili, sacerdoti e monaci, ufficiali e graduati, studenti, negozianti; ma non vi è neanche una donna.
A ricordo di quel fatidico giorno, cinquant’anni dopo - il 29 giugno 1910 - su iniziativa della società patria «Pro Nissa» sarà scoperta una lapide commemorativa sul prospetto del palazzo della Camera di Commercio (in quanto antica sede del Civico consesso) con questa iscrizione:

«Mentre ardua ferveva la lotta / fra la tirannide e le falangi liberatrici / Caltanissetta / insofferente d’indugi / addì XXIX Giugno MDCCCLX / precorreva i plebisciti / affermando per voto di popolo / la sua unione / alla Madre Italia».

La lapide verrà rimossa anni dopo. Frattanto l’avvocato Giuseppe Zacco, cioè a dire uno dei tre componenti la "staffetta" nissena che tiene i contatti tra Caltanissetta e Palermo - informa dal capoluogo siciliano il governatore Trabonella che si sta organizzando una colonna garibaldina con il compito di marciare verso l’interno dell’isola. Il Consiglio civico delibera, pertanto, di organizzare la dovuta accoglienza.
La brigata garibaldina che parte da Palermo con destinazione Caltanissetta si compone di poco più di cinquecento uomini ed è affidata al comando del generale ungherese Stefano Turr, già accreditato come corrispondente del Times a Palermo ma in realtà un rivoluzionario mercenario che ha già prestato i suoi servizi in Ungheria contro l’Austria. Ma, giunto a Misilmeri, Turr vede riacutizzarsi alcune ferite riportate in precedenza e pertanto al suo posto viene designato il colonnello Ferdinando Eber, ungherese anch’egli. Sarà lui, dunque, a guidare le camicie rosse nell’attraversamento del territorio nisseno.

Note all'immagine: Antica immagine del palazzo della Camera di Commercio, nel 1860 sede del Consiglio civico che il 29 giugno di quell’anno votò per l’unità nazionale e l’annessione della Sicilia al Regno d’Italia. L’evento fu ricordato in una lapide affissa sul prospetto (che si nota nella foto), poi rimossa. Nel riquadro il generale garibaldino Stefano Turr che ebbe affidato l’incarico di guidare una colonna verso Caltanissetta

Di Walter Gruttadauria (fonte La Sicilia)

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