Michele Tripisciano PDF Stampa E-mail
Persone - Artisti, musicisti, pittori, attori, registi

Michele Tripisciano è una delle maggiori figure artistiche nell’ambito della scultura siciliana a cavallo tra XIX e XX secolo. Assimilabile infatti alle figure di Ettore Ximenes, Nicola Civiletti, Domenico Trentacoste e Mario Rutelli, le opere dei quali si possono ammirare presso la Galleria d’Arte Moderna di Palermo nel convento di Sant’Anna, Tripisciano si inserisce in una temperie favorevole allo sviluppo delle arti plastiche a Caltanissetta con le figure di Frattallone, Scarantino, Asaro e Lo Verme e ne diventa la personalità più eminente.
Sono questi gli anni in cui con la nascita del Regno d’Italia si sviluppano i musei civici che raccolgono tra le tante opere, frutto spesso degli incameramenti dei beni ecclesiastici del 1866, le sculture di artisti contemporanei che da Trento a Palermo, da Padova a Caltanissetta risentono di un Kunstwollen (volontà d’arte) incline all’eclettismo e allo storicismo.
Nato a Caltanissetta il 13 luglio 1860, nell'abitazione del quartiere della "Saccarella”, da Ferdinando Tripisciano, "quartararo”, e da Calogera Falci. Tripisciano perse la vista in seguito ad un incidente in carrozza per riacquistarla all’età di sei anni, evento che legò l’artista alla devozione di Santa Lucia, tanto che alla chiesa cittadina dedicata alla santa siracusana Tripisciano donò un Crocifisso in bronzo che aveva realizzato.

Conosciute le sue doti nel modellare la creta, il barone Guglielmo Luigi Lanzirotti volle finanziare gli studi artistici del giovane concittadino permettendogli di frequentare l’ospizio di San Michele a Ripa a Roma a partire dal 1876. Nel 1880 entrò nello studio dello scultore Fabi Altini e otto anni dopo potè prendere un suo studio in via Aureliano. Numerose sono le opere lasciate a Roma, città nella quale visse per un trentennio, tra le quali le statue in marmo dei giuristi romani Ortensio e Paolo nello scalone del Palazzaccio, cioè la sede della Corte di Cassazione, le opere scultoree per la chiesa di San Gioacchino e quelle in stucco per la chiesa di Sant’Andrea della Valle e l’altorilievo di Cerere allegoria della Sicilia per l’Altare della Patria.
Le opere dell’artista sono oggi sparse per il mondo, dalla Gran Bretagna alla Francia, dal Belgio agli Stati Uniti all’Argentina, ma il gruppo più cospicuo si trova in Italia, in particolare tra Roma appunto e la natia Caltanissetta.

L’opera più famosa realizzata per la città di Roma nel 1913, prima di morire, è il monumento al poeta romanesco Giuseppe Gioacchino Belli posto all’ingresso di Trastevere, che Corrado Augias descrive in questi termini: "L’opera di Michele Tripisciano, in travertino, non avrebbe particolari pregi se non fosse per un paio di gradevoli caratteristiche. La prima è compositiva: la figura umana, verticale, risulta contrapposta all’orizzontalità del basamento su cui poggia e sul quale lo scultore ha riprodotto l’erma del vicino ponte Quattro Capi. La seconda, anch’essa piuttosto interessante, è la scenetta poco visibile, raffigurata sul retro, in cui alcuni popolani, radunati intorno al tordo detto “di Pasquino”, sono intenti a leggere un cartiglio contenente dei versi certamente satirici."

A Caltanissetta l’artista ha lasciato opere come il Volto dell’Addolorata presso il Museo Diocesano “Speciale”, immagine del dolore materno per la perdita del figlio prediletto espresso dalle palpebre chiuse e le labbra aperte, il tutto avvolto in un turbine roteante di velo e capelli; il busto in terracotta del 1883 raffigurante un vecchio e intitolato "Quei tempi non tornano più", conservato presso il palazzo della Provincia, che ricorda per la tematica la Vecchia di Giorgione (1506, Venezia, Gallerie dell’Accademia) del quale quest’anno ricorrono i cinquecento anni dalla morte, che stringendo in mano il cartiglio con la scritta “Col Tempo” indica la vanità della bellezza che sfiorisce con la senilità; un crocifisso in gesso e il ritratto di Luciano Scarabelli presso la biblioteca comunale intitolata al generoso deputato piacentino che donò i primi libri dopo l’Unità d’Italia; il ritratto di Nicolò Sciales nella chiesa di Sant’Agata e infine tutta una serie di gessi e marmi conservati presso palazzo Moncada in attesa della realizzazione di una gipsoteca (raccolta di gessi) che esponga le opere di Tripisciano e degli altri artisti scultori nisseni vissuti tra il XIX e il XX secolo.

Tra le opere conservate spicca sicuramente per pregio la Pesca inaspettata (1884). L’opera rappresenta un giovinetto pizzicato al piede da un granchio, reagendo all’accaduto inaspettato forse con eccessivo dolore che viene tuttavia mirabilmente rappresentato sul volto e nello scatto reattivo del piede e della gamba destra. Nella sua espressione di dolore il fanciullo mostra tutti i denti con un realismo riconducibile alla migliore tradizione ellenistica. La mostra dei denti è solo l’esplosione di un dolore che parte dal punto pizzicato e si espande per il corpo scomponendo la posizione originale, alzando la gamba destra per via dell’arco riflesso, reazione naturale del sistema nervoso, contraendo l’addome, aprendo la mano destra e portando quella sinistra dietro la nuca quasi a voler trattenere un urlo di dolore o un’imprecazione. Il mostrare i denti infine storce il volto, maschera più efficace che possa esistere, alza le gote, chiude gli occhi, restringe il naso, in un tumulto d’azione che riprende quello dei folti capelli mossi. Certo il giovane tutto nudo pronto per il bagno non poteva immaginare un incontro così inaspettato col crostaceo.

Questo evento dona alla scultura una postura isolita, in equilibrio su un solo piede, in un gioco funambolico tenuto dal brivido di dolore che attraversa tutto il corpo. Cosa manca al giovane per essere vero? Non ci aspetteremmo che cacciasse un urlo di dolore nel momento in cui diveniamo partecipi della sua esperienza? Tripisciano realizza in quest’opera una resa unica del dolore, tema trattato alla fine del Settecento dal Lessing nel Laocoonte a proposito dell’omonima statua ellenistica in cui affronta appunto l’opportunità della rappresentazione di un momento specifico della sofferenza in arte per evitare di scadere nel brutto. Il nostro giovanetto esprime il suo dolore in tutta la sua potenza, regalandoci un’opera lontana dalle efebiche stasi di alcune statue contemporanee e invece presa da una qualunque scena quotidiana del vissuto comune e tratta nel marmo.

Lo studio delle reazioni umane di fronte a violente sollecitazioni di carattere psicologico o fisico, come in questo caso, è collegato ad una tradizione consolidata che ha inizio con Leonardo e prosegue con il disegno dello stesso soggetto rappresentante un Fanciullo morso da un granchio (1554, Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte) della cremonese Sofonisba Anguissola, sposa Moncada, e ancora con le opere di Caravaggio (di cui quest’anno ricorrono i quattrocento anni dalla sua morte avvenuta a Porto Ercole), quale il Ragazzo morso da un ramarro (1595-96, Firenze, Fondazione Roberto Longhi). Quest’ultimo come il nostro fanciullo si scompone in seguito ad un incontro inaspettato che turba la serenità del suo volto giovanile in un’espressione di stupore e dolore, contenuto rispetto agli urli cacciati nel Sacrificio di Isacco (1598, Firenze, galleria degli Uffizi) o nella Medusa sullo scudo di Firenze (1598, Galleria degli Uffizi).

La tematica del dolore è ricorrente in Tripisciano, nelle sue varie sfaccettature, fino a declinarsi in un tono di velata tristezza e rassegnazione verso un destino ineluttabile.
E’ il caso della testa di Orfeo (1898), anch’essa conservata presso palazzo Moncada. Il mitico cantore perdette la compagna Euridice in seguito ad un morso di serpente. Sceso nell’Ade riuscì col suo canto a commuovere le divinità infernali che concessero a Orfeo di portare con sé Euridice a patto che non si voltasse a guardarla. Ma Orfeo non resistette e perdette per sempre Euridice. Disperato non volle più innamorarsi e per questo fu trucidato dalle Baccanti che lo decapitarono e gettarono la testa sulla sua lira nel fiume Ebro finendo in mare.
Tripisciano sceglie proprio quest’ultimo epico epilogo della vita di Orfeo, in cui la morte rappresenta l’unica soluzione possibile al dolore della perdita della cara Euridice. A proposito di questa scultura Nasta su “Il Proletario” ha scritto: "Quel volto che Caltanissetta ammira è l’anima del dolore universale, del dolore che non trova altro conforto che nella morte soltanto."

Il tema della testa mozzata è molto frequente tra fine Ottocento e primi del Novecento, soprattutto legato alla tematica della femme fatale esemplificata nelle figure di Giuditta o Salomè che seducono e decapitano. Simile per soggetto e iconografia è la testa di Orfeo del simbolista Redon (1898, Cleveland, Museum of Art) .
Nell’opera di Tripisciano si legge il volto di un giovane innamorato dai tratti apollinei i cui occhi sono stati chiusi dalla mano leggera di Morfeo donandogli un sonno eterno che aliena dalle sofferenze umane. I folti capelli come creature marine tentacolari riempiono lo spazio superiore della lira una volta carezzata dalle mani del cantore e ora trasportata da flutti spumosi sospesi tra l’oblio e l’eternità, custodi perenni della vita dell’arte e del mito di Orfeo.

Nella Cappella Testasecca Tripisciano ha lasciato una splendida Madonna in trono col bambino (1895) di cui esistono delle repliche in gesso presso palazzo Moncada e in marmo presso le chiese del Corpus Domini a Milano e presso Notre-dame a Parigi. Il trono sul quale la Vergine siede avvolta da un folto manto ha dei connotati eclettici neogotici che rimandano allo stile architettonico della cappella stessa.

Tripisciano ha poi realizzato un gruppo scultoreo costituito dal cavallo marino e da Tritone, originariamente collocato ai piedi dello scalone d’ingresso di palazzo del Carmine. Il gruppo infatti fu commissionato dal comune di Marino, nel Lazio, nel 1889 e a Caltanissetta Tripisciano lasciò la copia in gesso. Da questa copia fu ricavato il calco in bronzo, procedimento che distrusse l’originale. La copia bronzea fu assembrata, insieme ai due mostri marini realizzati in bronzo dallo scultore palermitano Rosone, nel 1955-56 dall’architetto Gaetano Averna per realizzare la fontana che decora piazza Garibaldi.

Nel 1900 fu insignito dal re Umberto I di Savoia della croce di cavaliere e nel 1912 da Vittorio Emanuele III dell'onorificenza di cavaliere dell'ordine di San Maurizio e san Lazzaro.
L’artista morì a Caltanissetta, nell’abitazione in cui era nato in via Ciantro Marrocco 32, il 21 settembre del 1913 a soli 53 anni a causa di una broncopolmonite. La lapide commemorativa posta nella facciata della casa natale nel 1958 (la casa che è stata acquistata dal Comune di Caltanisetta nel 2004 oggi versa in condizioni di abbandono) recita:

Queste mura
nella semplicità iniziale
raccolsero il primo vagito e l’ultimo sospiro
di
Michele Tripisciano
che
da teneri anni
coltivando l’arte di Fidia
tra i suggestivi insegnamenti di Roma
e diffondendo pel mondo
il fascino del raffinato scalpello
le rendeva già luminose
nel fulgido riflesso della sua gloria

Tripisciano fu seppellito nella cappella gentilizia del suo benefattore, il barone Lanzirotti (per il quale realizzò un ritratto insieme a quello della moglie), presso il cimitero monumentale Angeli.
Nel 1922 fu realizzato da Enrico Quattrini il busto di Tripisciano collocato nell’omonima piazzetta a pochi passi dalla sua casa natale.

Elenco delle Opere

  • Gruppo scultoreo con tritone e cavallo marino nella fontana di piazza Garibaldi a Caltanissetta (precedentemente nell'androne del Municipio); 1890.
  • Gruppo in gesso con Cristoforo Colombo che si accomiata dal padre Maresco, che ottenne il primo premio nell'"Esposizione nazionale di belle arti degli Stati Uniti"; 1892. Colombo era raffigurato con le fattezze dello scultore, e il padre di lui con quelle del barone Lanzillotti, come omaggio al suo benefattore.
  • Madonna in trono con il Bambino, gruppo in marmo realizzato per la cappella gentilizia del conte Testasecca nel cimitero degli "Angeli"; 1895. Rappresentò l'Italia nell'"Esposizione di Parigi e fu premiata in quelle di Roma (nel 1901) e di Barcellona (nel 1902). Lo scultore ne realizzò due copie per le chiese del Corpus Domini di Milano e per Notre Dame di Parigi.
  • Orfeo", scultura in marmo; 1898. Esposta nella prima esposizione italiana di belle arti a San Pietroburgo.
  • Paolo e Ortensio, statue in marmo per il palazzo di Giustizia di Roma; 1898
  • Dodici medaglioni con gli Apostoli per la chiesa di San Gioacchino a Roma; 1902; per la medesima chiesa furono anche eseguite nel 1904 le sculture di San Giuseppe e del Sacro Cuore, collocate rispettivamente nelle cappelle del Belgio e della Francia.
  • Crocifisso in bronzo; 1904. Donato dall'autore alla chiesa di Santa Lucia di Caltanissetta, dove si conserva sull'altar maggiore.
  • La Sicilia, altorilievo sull'Altare della Patria a Roma; 1909.
  • Monumento a Umberto I in bronzo; 1910. Collocata sul corso Umberto a Caltanissetta nel 1922.
  • Battesimo di Gesù, bassorilievo in marmo presso la chiesa di Sant'Andrea in Valle; 1912.
  • Monumento a Gioacchino Belli nella piazza a lui dedicata a Roma; 1913.

Bibliografia

  • Francesco Gallo, Michele Tripisciano, La Ediprinteditrice 1987.
  • Corrado Augias, I segreti di Roma, Mondadori 2005.
  • Calogero Scarlata, Pittura-Scultura-Arti Minori- Dizionario degli artisti presenti a Caltanissetta e nei Comuni della sua Provincia, Edizione Lussografica di Caltanissetta 1999
  • Daniela Vullo, Progetto Scuola Città. Schedatura delle emergenze architettoniche di Caltanissetta, Regione Siciliana, Assessorato regionale dei beni Culturali ed Ambientali e della Pubblica Istruzione, Dipartimento Regionale Beni Culturali, Ambientali ed Educazione Permanente, Area Soprintendenza per i Beni Culturali ed Ambientali di Caltanissetta 2005
  • Walter Guttadauria, Viaggio nell’arte di Rosone tra mostri, fontane, vescovi e anche madonne <<brutte>>, La Sicilia 5 aprile 2009
  • Walter Guttadauria, Ricerca di identità perdute per non dimenticare i personaggi del passato, La Sicilia 24 maggio 2009


Fonte: Luigi Garbato, Alla riscoperta della nostra città sulle tracce di Tripisciano in occasione dei 150 anni dalla sua nascita e dall’Unità d’Italia, F.I.D.A.P.A. Caltanissetta 12 settembre 2010, da pag 5 a 14

Link Interessanti:
http://www.quintocircolocl.it/museo/tripisciano/TRIPISCIANO.htm
MICHELE TRIPISCIANO, una vita per la scultura, TFN, monografia a cura di Rosanna Zaffuto Rovello

Commenti (4)
  • salvatore  - Tripisciano amore e ARTE

    certamente è un grande onore per me nisseno avere in casa un grande artista, purtroppo non rivalutato come dovrebbe: famoso nel mondo quasi sconosciuto nella sua Caltanissetta. Ma cosa vuoi i politici sono degli emeriti ignoranti delle Belle Arti e degli artisti nisseni sparsi nel mondo.

  • Anonimo

    io al palazzo moncada ci sono stata :) :) :) :) :)

  • Ugo Onorati  - fontana monumentale.

    Anche a Marino in provincia di Roma, distante 20 km. dalla capitale, nei Castelli Romani, c'è una fontana monumentale di Michele Tripisciano. La fontana è collocata in piazza San Barnaba davanti al duomo.

  • Ugo Onorati

    Dimenticavo di aggiungere che anni fa durante una mia ricerca presso l'archivio storico comunale mi imbattei in un fascicolo riguardante i lavori per la fontana monumentale del Tripisciano a Marino. C'è un lungo carteggio fra l'artista nisseno e l'amministrazione comunale. Giro la notizia ai lettori di "Piccola Atene" se mai ci fosse un ricercatore interessato a sviluppare ulteriormente la ricerca. Se qualcuno vuole saperne di più può scrivermi una mail. Ciao.

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