Bacino minerario della Valle dell’Imera PDF Stampa E-mail
Luoghi - Miniere

I giacimenti solfiferi della Sicilia sono sparsi entro una striscia che si estende nella parte centrale dell'isola da Est a Ovest, nelle province di Catania, Caltanissetta ed Enna e Agrigento per una lunghezza di 130 Km ed una larghezza di 60 Km. Fanno eccezione i gruppi isolati delle province di Palermo e Trapani, che si trovano fuori di detta striscia.
Le caratteristiche dei giacimenti variano da luogo a luogo, sia nei riguardi degli strati che li compongono, sia per la loro giacitura. Vi sono strati solfiferi che si estendono con grande uniformità per qualche Km, e vi sono formazioni estremamente lenticolari; si osservano giacimenti composti da parecchi strati a contatto l'uno con l'altro o separati da banchi gessosi od argillosi: strati o lenti quasi orizzontali e strati o lenti inclinati, ed anche verticali, che si immergono a grandi profondità. Si ricavano minerali poveri contenenti dal 10% al 15% di zolfo, e minerali ricchi il cui tenore in zolfo sorpassa il 40%; giacimenti comunque inclinati ma con disposizione regolare, e giacimenti che presentano, a seguito di eventi tettonici, pieghe, fratture, faglie e rovesciamenti.
In quanto allo spessore (potenza) degli strati e delle lenti si va da qualche metro fino a 100 e più metri.
La stessa natura del minerale è molto spesso da strato a strato, diversa da luogo a luogo e qualche volta da punto a punto dello stesso strato.

E' facile intuire che tale complessità e diversità di situazione geologica si è ripercossa nelle scelte tecniche e nell'apparato tecnologico, le quali dovevano  condizionarsi e variare nelle numerose zone interessate allo sfruttamento dei filoni solfiferi.
Se a ciò si aggiunge la situazione economica e commerciale delle diverse province siciliane, si capisce perché nel primo secolo di attività mineraria, che va dalla fine del '700 agli ultimi anni dell'800, lo sfruttamento dello zolfo funzionò quasi a comparti chiusi caratterizzati dal lavoro e dal commercio dei singoli bacini che mano mano si formavano.
Infatti il gruppo minerario di Aragona-Comitini e Grotte così come quello di Favara-Agrigento si appoggiavano logisticamente e commercialmente allo scalo di Porto Empedocle, mentre il bacino di Lercara-Friddi si serviva dell'asse Termini-Palermo. A Catania confluiva il prodotto delle zone minerarie di Piazza Armerina, Assoro, Castrogiovanni. Il bacino di Caltanissetta costituito dai gruppi solfiferi di Gessolungo, Stretto, Saponaro, Trabonella e Giumentaro doveva dividersi tra tutti e tre i versanti (palermitano, catanese ed agrigentino).
Tale posizione geografica, che in un primo tempo dovette essere svantaggiosa per l'incidenza del trasporto dello zolfo, dovette rivelarsi nel corso del tempo di estremo vantaggio.
Caltanissetta fu destinata a diventare il centro e la capitale dello zolfo siciliano specialmente nei campi amministrativi e scientifici.
Il bacino nisseno divenne, anche per la qualità del prodotto, una fonte sia di sperimentazione scientifica che di investimento di ingenti capitali.
Il giacimento solfifero del gruppo minerario di Gessolungo, Testasecca, Tumminelli, Iuncio, Stretto, Saponaro, Trabonella, Giumentaro e Giumentarello furono studiati e divulgati nei trattati geologici di insigni scienziati come: Mottura (nel 1871), Parodi (1873), Baldacci (1886), Travaglia (1889), Gatto (1925).
In diversi definirono la forma del filone solfifero del bacino nisseno simile ad una grande omega che si estendeva tra i monti San Giuliano, Sabucina e Capodarso.
Nel 1886 l'ingegnere del R. Corpo delle Miniere L. Baldacci così descrisse la nostra zona: "......a S.E. della collina di Gessolungo affiora lo strato zolfifero sovrapposto ai tripoli e coperto dalle argille: la sua inclinazione è di circa 30° a S.S.O.; lo strato si immerge con grande regolarità e si presenta una grande probabilità di continuazione sotto al Pliocene di Caltanissetta. Dalla Serra di Gessolungo se ne distacca un'altra pure gessosa, diretta verso nord, in quest'ultima nella Contrada Stretto il gesso è coperto dai trubi che sottostanno a loro volta alle argille rimaneggiate; l'inclinazione dello zolfo in questo tratto è verso S.E.. L'affioramento gessoso forma una cresta curvilinea molto ristretta, che prende il nome all'estremità settentrionale di Monte dello Stretto: qui pure affiorano potenti i tripoli verso l'estremità settentrionale e nel lato orientale il giacimento è lavorato nelle zolfare Franchetti (Casa dei Santi, Fenice, Saponara). Gli strati zolfiferi che pendevano circa 70° N.O. acquistano grado grado una inclinazione verso Ovest nel tratto compreso tra la zolfara Saponara e quella Giordano. Il giacimento è nel suo insieme frastagliato da numerose faglie... : il gruppo più settentrionale delle zolfare Franchetti deve essere considerato come un lembo distaccato, e la direzione media generale del giacimento è quella determinata dall'allineamento delle zolfare Gessolungo, Tumminelli, Trabonella e Capodarso, cioè E.O. con pendenza generale verso Sud. Percorrendo l'affioramento solfifero dalla Solfara Giordano verso l'Imera, si arriva, sulla riva
sinistra di questo fiume, alla importante solfara di Trabonella nella quale gli strati pendono all'affioramento di circa 35° a S. 10° E, e a poca distanza da questo si immergono con una pendenza molto maggiore cioè di 52°. La sezione di Trabonella è interessante poichè da una idea completa del modo di presentarsi di questo ricco giacimento nel quale gli strati di minerale raggiungono una potenza complessiva superiore a 22 metri.....".
Il giacimento solfifero è tagliato dal corso dell'Imera e continua dall'altra parte del fiume alle solfare di Capodarso, dove il minerale non è potente né ricco come a Trabonella.
Ma il bacino nisseno non è interessante solamente dal punto di vista geologico, esso è legato strettamente alla storia della "Civiltà delle Zolfare", anzi può rappresentare un compendio di tutte le difficoltà, le contraddizioni, gli errori ma anche le innovazioni, le sperimentazioni, le scoperte che caratterizzarono lo sfruttamento dei filoni solfiferi Siciliani per più di due secoli.
Il gruppo minerario di Caltanissetta fu uno dei primi ad essere coltivato. nel versante Nord della Miniera di Gessolungo sono ancora visibili delle buche nel Briscale (Zolfo ossidato ed emergente in superficie) risalenti agli inizi del XVIII secolo.
Queste zolfare furono tra le prime a sperimentare delle innovazioni tecniche, per esempio già nell'800 fu costruito un pozzo nella sezione Santa Teresa della Iuncio-Testasecca dove fu utilizzato il sistema argano, castelletto e montacarichi verticali per il doppio servizio di trasporto del minerale e del personale.
La miniera Trabonella sotto la gestione della ditta lombarda dei Luzzatti fu dotata nel 1901 di un gruppo elettrogeno autonomo per l'erogazione dell'energia elettrica.
In tempi più recenti tra le innovazioni tecnologiche più interessanti sono da annoverare gli impianti di flottazione (sistema chimico-fisico per la depurazione dello zolfo dalla ganga di calcare) costruito nella Trabonella nel 1957 e il sistema di trasporto del minerale del sottosuolo completo di castelletto in acciaio, i nastri trasportatori, Skips e Silos per lo stoccaggio, costruiti nel 1965 nelle miniere di Giumentaro e di Gessolungo con un progetto dell'ingegnere romano Piccardi.
Un'altro triste primato è detenuto dalla zona mineraria nissena. Nel 1881 la miniera di Gessolungo fu funestata dalla più grande sciagura mai accorsa nelle miniere di zolfo siciliane. Per uno scoppio di grisou perirono ben 61 lavoratori tra operai e tecnici. Fu così profonda la commozione popolare che si richiese e si ottenne la sepoltura dei disgraziati in un cimitero costruito per l'occasione nei pressi della zolfara nissena.
Purtroppo questa disgrazia non fu l'unica della secolare storia delle "pirrere" di Caltanissetta. Nel 1911 salì alle cronache delle maggiori testate la disgrazia avvenuta a 41 operai della Trabonella travolti ancora una volta dallo scoppio del micidiale grisou.
L'estrema insicurezza del lavoro dentro le zolfare assieme al manifestarsi di malattie professionali dei zolfatari, come l'anchilostomiasi, imposero un concreto intervento statale per garantire la salute e la sicurezza sul posto di lavoro dei zolfatari.
Fu scelta come campione la miniera Iuncio di Caltanissetta dove nel 1901, su progetto del Dott. Ignazio Di Giovanni e per volontà degli Ingegneri Enrico Gabet, Direttore del Corpo delle Miniere, e Francesco Gulli, Presidente del Sindacato Siciliano Infortuni, fu istituito il primo posto di soccorso nelle Miniere Siciliane. Il progetto fu portato avanti e Caltanissetta divenne un posto di soccorso di seconda classe con l'assistenza di un medico e due infermiere che all'occorrenza potevano recarsi nelle vicine miniere del bacino.
Nella miniera Iuncio fu istituito un posto di soccorso di terza classe con l'intervento di due infermieri, infine nella Giumentaro e nella Trabonella funzionarono dei posti di quarta classe con l'assistenza di un solo infermiere.
La capacità produttiva del bacino nisseno è indicata soprattutto dall'interesse suscitato da Enti, Consorzi e Privati nello sfruttamento delle sue miniere.

In effetti sia nella Iuncio come nella Gessolungo si alternarono nella gestione aristocratici, come i Testasecca e i Tumminelli, imprenditori del Mezzogiorno d'Italia, come i Fiocchi, i Doro, i Caglià, mentre nella secolare conduzione della Trabonella e della Giumentaro, eccetto i siciliani Morillo, Crescimanno e i Florio, si alternarono Enti come la Montecatini e privati imprenditori come i lombardi Nuvolari e Luzzatti.
L'importanza della zona mineraria in questione emerse anche nel tracciato, progettato alla fine dell'800, della linea ferroviaria Palermo-Catania, che doveva, appunto, servire anche per il trasporto dello zolfo ai posti di imbarco. Proprio nella vallata del Salso in prossimità delle miniere fu costruita la stazione di Imera per il solo esclusivo uso di transito del minerale.
La particolare collocazione delle zolfare nissene fece scegliere la zona di Terrapelata per la costruzione della sede dell'Ente Zolfi Italiana (E.Z.I.) istituita da Fasciano nel 1941, per il controllo e la gestione dello zolfo. Inoltre l'Ente si impegnò in paternalistiche attività di dopolavoro per i minatori e le loro famiglie.
Al sempre crescente accumulo di capitali da parte di pochi proprietari faceva contraltare lo sfruttamento dei lavoratori delle miniere del nisseno.
La forza lavoro, spesso anche minorile, proveniente dai paesi vicini al capoluogo, veniva utilizzata nelle zolfare senza nessuna prevenzione agli infortuni, con orari lavorativi e con paghe al limite dell'umano.
Diversi scioperi, occupazioni e serrate costellarono la storia dello sfruttamento minerario delle zolfare della valle di Imera.
La Trabonella e la Gessolungo furono i centri della rivolta antigovernativa del 1903 capeggiata dal giovane avvocato e futuro parlamentare Agostino Lo Piano Pomar. Tra le altre vertenze, in quell'anno si richiese con forza il riconoscimento giuridico della Lega dei Zolfatari come legittima rappresentante dei lavoratori.
Ancora vivo è nel ricordo dei vecchi "surfarara" di Caltanissetta la serie di scioperi organizzati tra il 1945-1955 per il rispetto obbligatorio del contratto nazionale del lavoro, culminati con l'occupazione della Giumentaro per 60 giorni.
L'interesse culturale verso il mondo dei zolfatari siciliani si caratterizzo notevolmente nel secondo dopoguerra: poeti, scrittori, pittori, giornalisti, fotografi, registi descrissero le miniere e la vita delle zolfare. In particolare nelle zone del nostro bacino sono da citare: il servizio fotografico realizzato da Trenkler di Lipsia nel 1904 nella miniera Trabonella e parte del film Cavalleria Rusticana girato da Rossellini nella miniera Iuncio-Testasecca.
Le miniere di Gessolungo, Iuncio-Testasecca, Stretto, Saponaro, Trabonella, Giumentaro e Giumentarello possono nel loro insieme testimoniare tutte le caratteristiche peculiari dello sfruttamento dello zolfo siciliano.
Dal punto di vista tecnico-minerario sono presenti tutte le strutture esistenti e significative delle quattro principali fasi della mineralogia dello zolfo: l'escavazione della "ganga" mineralizzata, il trasporto dal sottosuolo all'esterno, il trasferimento agli impianti di trattamento ed infine la raffinazione e depurazione del minerale. Tali strutture sono i castelletti di estrazione in acciaio, in muratura ed in legno di castagno (l'ultimo è stato distrutto qualche anno addietro nel pozzo Santa Teresa della Iuncio-Tumminelli), i calcaroni e i forni Gill disseminati un po' dovunque nel bacino e l'impianto di flottazione della Trabonella.
Nel campo della commercializzazione e dell'amministrazione si evidenziano gli antichi magazzini, gli uffici, spesso di pregevole fattura come la palazzina della Iuncio-Testasecca, e i molini (un interessante impianto di frantumazione esiste ancora nella miniera Saponaro).

Della complessa rete di trasporto del minerale sono ancora rilevabili le vie dello zolfo sia stradali che ferroviarie. Oltre alla Stazione dell'Imera e la principale via ferrata della Palermo-Catania, esiste una linea a scartamento ridotto, costruita nei primi del 900 per collegare la stazione con la vicina miniera Trabonella. Sono leggibili le strade prima sterrate e poi asfaltate, dove anticamente a dorso di mulo e modernamente con autocarri, veniva trasportato lo zolfo fuso ai porti di imbarco di Palermo, Termini, Porto Empedocle, Licata, Gela e Catania.
Evidenzabili sono pure i percorsi che portavano i minatori dei vicini paesi, al bacino solfifero nisseno. In particolare è di interessante lettura il percorso che conduceva i minatori dalla città di Caltanissetta alla miniera di Gessolungo.
Sono presenti le cappelle votive che vanno da quella delle Anime Sante del Purgatorio, dove si raccoglievano i corpi delle vittime delle miniere, alla piccola chiesa di Gessolungo, completamente costruita utilizzando le tecniche ed i materiali delle carpenterie di puntellamento realizzate nella sotterranea della zolfara.
Si segnalano anche la cappella Cortese, con una gradevole pavimentazione in maioliche del 700, ed il cimitero dei minatori periti nella sciagura del 1881. Sono questi dei segni degli ex voto, che testimoniano la fede, ma anche l'attaccamento alla vita di migliaia di "surfarara". Nel settore della prevenzione alle malattie e del soccorso ai lavoratori sono ancora esistenti i principali posti sanitari nelle miniere.
Nel campo delle testimonianze scientifiche e sperimentali è stato inserito nella carta I.G.M. il museo mineralogico, che è abbastanza esaustivo di dati, documenti, plastici, strumenti ed impianti, segni di una ricerca costante e produttiva.
Il Villaggio di Santa Barbara, titolato dal fascismo quartiere Capinto, testimonia con il suo inserimento l'interesse urbanistico che l'organizzazione mineraria rivolse, pur tardivamente, al problema dell'abitazione dei lavoratori. Del resto con le sue varie tipologie, tra le quali emerge la Mulhousienne, il villaggio operaio evidenzia le analogie con i quartieri per lavoratori progettati e realizzati in Europa nei primi dell'800 e in Nord Italia alla fine dello stesso secolo.
Santa Barbara, insieme agli altri tre villaggi di Albavilla a Lercara Friddi, Mosè ad Agrigento e del Minatore a Villarosa, sono il frutto di una legge voluta dal fascismo nel 1941, i quali conservano ancora tipologicamente ed architettonicamente il gusto e la retorica di quel periodo storico.

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