Capodarso PDF Stampa E-mail
Luoghi - Zone Archeologiche

Le potenzialità archeologiche della valle dell'Imera beneficiano di una ulteriore località: il Monte Capodarso, in provincia di Enna, che, conosciuto
soprattutto per l'intensa attività dei clandestini, avrebbe meritato maggiore attenzione, soprattutto perché i dati emersi dalla ricerca fino ad oggi condotta possono integrare quelli provenienti da Sabucina e da Gibil Gabib. Il carattere indigeno del sito è evidente dalla cospicua presenza di una ceramica tipologicamente riferibile alla facies culturale di Sant'Angelo Muxaro-Polizzello e di una ceramica dipinta piumata, la cui tradizione ci riporterebbe alla facies culturale di Cassibile.

Entrambi i tipi sono quasi del tutto assenti sia a Sabucina sia a Gibil Gabib, il che significa che mentre a Sabucina dal villaggio del tardo bronzo si passa al centro indigeno ellenizzato del VII secolo con ceramiche geometriche dipinte, i rinvenimenti di Monte Capodarso sembrano riempire tale iato.
In attesa che la ripresa della ricerca possa far luce sulle vicende urbanistiche dell'insediamento, non si può tacere dei risultati delle due campagne di scavo condotte dalla Soprintendenza archeologica di Agrigento e Caltanissetta nel biennio 1976-7, che hanno consentito di riportare alla luce per una lunghezza di circa 300 metri la poderosa cinta fortificata risalente molto probabilmente al VI secolo a.C. e destinata alla difesa dell'ampio abitato che doveva sorgere sulla vasta piattaforma sommitale. La storia dell'anonimo sito di Capodarso è in fondo la storia dei tanti centri indigeni disseminati nell'entroterra siciliano, cioè dei tanti "phroùria" che nel corso del VI secolo a.C. sotto la spinta della politica espansionistica di Akragas diventano gradualmente centri di diffusione della cultura greca nell'interno dell'isola. Si trattava molto spesso di insediamenti, spesso non molto estesi, sorti molto spesso su precedenti siti preistorici, come i tanti che sono stati individuati su entrambe le sponde lungo il corso del Fiume Salso da Monte Grande fino alla collina di Garlatti. Si fa riferimento soprattutto a quei siti dislocati sulle colline di contrada Tornabè e la Fastuchera, ove ad un'intensa attività ricognitiva non ha fatto ancora seguito una ricerca sistematica.

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